Ecco come si chiamerebbe il cellulare. Sto scrivendo questa cosa e lo dichiaro che è smaccatamente ispirata a un celebre brano di De Crescenzo sugli aerei. Ma dopo 30 anni e passa dal quando io l’ho letta la sostanza è rimasta. Perché si devono usare dei paroloni per darsi il tono di chi capisce e non usare termini intellegibili da tutti?

È ovvio e chiaro che se sono a una riunione di ingegneri probabilmente userò termini tecnici che sono chiari a tutti, ma se la stessa cosa la volete spiegare anche a me anziché dire che userete della luce amplificata attraverso emissione stimolata di radiazione mi dite che userete ci sono buone probabilità che io capisca meglio.

Con questo non voglio dire che non si debbano usare parole tecniche ma che si devono usare adatte al contesto, parole e anche esempi.

Alcuni anni fa, feci una riunione con tutta la forza vendita e per spiegare che usando come partner dei negozi che inserivano marchi con un prezzo medio inferiore al nostro ci fosse il rischio di diventare marginali in quel rivenditore, ebbi la brillante idea di usare l’esempio della buca di potenziale; credo che ancora oggi ci sia qualcuno che non ha capito. Usai un esempio calzante in un contesto in cui però nessuno oltre a me aveva idea di cosa sia una buca di potenziale.

Cercate e cerchiamo sempre di calibrare le nostre parole su chi abbiamo di fronte, non svilendoli ma per renderli partecipi di ciò che vogliamo comunicare

Lorenzo Ferri

P.S.

LASER vuol dire veramente Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation

Cosa è il CLV? CLV è, tanto per cambiare, un acronimo che sta per Customer Lifetime Value. Serve a prevedere in maniera più che cautelativa il valore che un numero di clienti acquisito può avere nel tempo e, come dato derivato, anche il flusso di cassa che potrà generare. Perché è utile? Perché ti può servire fare una proiezione su un investimento volto alla fidelizzazione del cliente e dimostrare come questo investimento in poco tempo si ripaghi e i benefici che può portare in termini di cassa. In una riunione strategica quando si presenta un piano o un progetto nuovo c’è sempre qualcuno che chiede, ma che benefici ci porterà? In quanto tempo? Il CLV risponde proprio a questa domanda.
Si, ma come mai hai detto che è cautelativo? Perché si fonda su una base clienti già noti e presuppone che il numero di questi clienti dopo un certo periodo si riduca. Per cui non si lanciano numeri al vento ma si presenta una proiezione su una situazione già esistente. Certo si deve essere onesti o dichiarare che se si punta ad acquisire nuovi clienti quale sia il goal a cui arrivare.
Sono stato molto stringato lo so, ma per affrontare il tema servirebbe un articolo molto lungo e con tanti esempi numerici e sono sicuro che in questo momento hai da star dietro al tuo lavoro.
Per cui se vuoi approfondire questo argomento non esitare a contattarmi

Lorenzo Ferri.

Ok è una domanda filosofica che poco c’entra con gli argomenti che finora abbiamo trattato. Ma la domanda è una scusa per dare una risposta un po’ di rottura; ovvero:
Se non c’è niente che la registri la domanda non è interessante.
L’ho già affermato nella newsletter e lo ammetto di nuovo, sono fissato con le misurazioni. Se non si può misurare il dato non è interessante. Siamo nell’era delle performance dei contributi variabili allo stipendio, ecco tutta questa bella roba ha senso solo se si si può mettere un’unità di misura accanto alle prestazioni, che siano euro, persone, minuti secondi o kilowatt ore. Non importa se non si misura non parliamone o almeno non parlatemene in questa sede. A me la filosofia piace ma in questo blog si prova a parlare di business e quello è drammaticamente legato ai numeri.

Lorenzo Ferri.

È questa la distanza tra New York e Los Angeles, circa 900 km in più che la distanza tra Stoccolma e Lisbona. Come mai allora assimiliamo gli Stati Uniti d’America ad un unico grande paese, mentre on ci stupiamo che gli abitanti di Stoccolma abbiano gusti e necessità decisamente diversi da quelli di Lisbona?
E vi ho citato gli Stati Uniti d’America, che parlano la stessa lingua e sono uno stato federale. Provate a immagine che tra Singapore e Seoul ci sono addirittura 700 km in più. Queste sono le distanze non solo fisiche ma anche di gusto e climatiche, di cultura e di paesaggio.
Non possiamo esimerci dal pensare di approcciare continenti nello stesso modo, ci sarà un substrato comune ma ogni paese ha una sua specifica esigenza

 

Lorenzo Ferri.

Mi capita sempre più spesso di vedere i seguaci dei guru in azione. Premetto che io contro i guru e i mentori non ho nulla; però i seguaci che scimmiottano senza nulla aggiungere di loro, ecco quelli non li capisco. Proprio non ci arrivo a capire come mai non fanno lo scatto successivo a quello di aderire alle parole del loro mentore, mettendole in discussione per poi rifarle proprie ma in maniera più critica e più aderente alla loro realtà.
Anche io ho avuto più di un mentore, data la mia età ho avuto la fortuna di non averlo digitale ma di potermici confrontare di persona e chiedere lumi su cosa non capivo e a volte entrare anche in contradditorio.
Ecco, vi invito a scegliervi un mentore, ma se non potete mettervi in contatto diretto con lui provate a confrontarvi con i membri della sua community iniziando a creare un vostro network di relazioni che possa essere anche critico sui vostri comportamenti e sulle vostre idee.

 

Lorenzo Ferri.

Chi di noi non ha mai usato almeno una di queste due parole? Chi è convinto di averle usate almeno una volta a sproposito? Io ammetto di averlo fatto, perché si usano e si sentono così spesso parole fuori contesto che gli attribuiamo un significato diverso da quello che hanno in realtà.
Per favore, se lo rifaccio correggetemi. Preferisco imparare il giusto significato che continuare a sbagliare.
Non c’è cosa peggiore che fare la figura del pecorone che si riempie la bocca con i paroloni che non conosce.
Davvero si rischia di mettere in dubbio la competenza delle persone semplicemente per aver usato a sproposito una parola che va di moda.

 

Lorenzo Ferri.

Chi è un figlio d’arte si sarà sentito rivolgere questa accusa in maniera più o meno esplicita decine di volte.
Sfatiamo un mito, non è vero. Chi svolge il proprio lavoro in maniera seria ed è una seconda o terza generazione non ha facilitazioni, anzi la fatica per essere credibile, per essere ritenuto all’altezza è e enorme, soprattutto se la si combina alla necessità di affermarsi come individuo diverso e scisso dalla precedente generazione.

Poi ci sono anche quelli per cui è dato tutto per scontato e quindi il posto di lavoro e la carriera dirigenziale sono connaturati al cognome, ma per fortuna sono una piccola minoranza.

Ma come si fa ad affrancarsi da questa fama? Lavorando come gli altri, essendo disponibili a risolvere i problemi degli altri e studiando più degli altri e anche sfruttando le possibilità che questa condizione ti offre la maggior facilità di accesso alle informazioni e sicuramente un’influenza maggiore

Lorenzo Ferri.

Hai mai pensato che forse il tuo lavoro potrebbe essere paragonato a una ricetta? Pensaci e se lo fosse? Come sarebbe? Dolce? Salata? Con la giusta armonia di sapori o un po’ scialba? Un piatto tradizionale o moderno? Ha il giusto grado di salinità? Ha la nota croccante?
So che sembrano tutte sciocchezze, ma fatelo questo sforzo provate a paragonare il vostro lavoro a una cosa differente la cucina, un viaggio, un brano musicale o un libro qualcosa in cui voi siete competenti per cercare di capire se tutto funziona o se qualcosa da aggiustare c’è e come aggiustarlo sempre usando la metafora, inizialmente, per poi arrivare su un concreto piano di realtà.
Vedere le cose in maniera diversa, non solo è stimolante ma più efficace di quanto si creda.
Proviamoci insieme
Lorenzo

Photo by Mungyu Kim on Unsplash

O almeno, spesso, così pare. Ma volete mettere la soddisfazione di quando arrivi in cima e ti godi quella sensazione di stanchezza e bellezza insieme, quando non solo sai che ce l0hai fatta ma che hai anche una ricompensa maggiore di quello che ti aspettavi.

Si la strada giusta spesso è in salita e non perché siamo masochisti ma perché per crescere bisogna affrontare nuove sfide e nuovi percorsi e per farlo si dura fatica.

Fatica per lo sforzo fatto, fatica per la ricerca di qualcosa di nuovo e fatica per battere, l’innata, paura della novità.

Si la strada giusta spesso è in salita perché questa ci porta alla cima del monte e ci permette di partire per una nuova salita con le gambe più forti e pronti di prima.

Più forti perché abbiamo trovato difficoltà e le abbiamo superate, più pronte perché ci siamo allenati per qualcosa di più duro

Lorenzo

Lorenza è una ragazza che, come dice lei, fa la contadina. Io direi che è un’imprenditrice nel settore del fresco e nella vendita al dettaglio, questo non perché il contadino non sia un bel lavoro o l’altro sia un modo per confondere le idee, ma perché in effetti lei quello che fa è quello di […]